Archeologia industriale lungo la Vallata del Gerenzone

La storia del Lecchese è caratterizzata da una precoce vocazione metallurgica, favorita dalla presenza di tutte le risorse necessarie: miniere, boschi e quindi carbone di legna per scaldare gli altiforni, corsi d’acqua per azionare le macchine. Dalla seconda metà dell’Ottocento il comparto metallurgico si trasformò in industria nel senso moderno, grazie anche all’opera pionieristica di alcuni imprenditori, che importarono dall’estero macchinari e metodi di produzione più avanzati dal punto di vista tecnologico. Per tutto il XX secolo Lecco crebbe come centro siderurgico e meccanico e divenne il terzo polo industriale d’Italia.

Opere Idrauliche

L’utilizzo di queste acque nel corso dei secoli diede luogo a diversi conflitti legali tra imprenditori e abitanti della vallata, soprattutto a causa dell’inquinamento delle acque stesse. Per questo motivo, negli anni ’20 del Novecento, i proprietari delle fabbriche decisero di costituirsi in Consorzio, al fine di ottenere lo sfruttamento esclusivo del torrente. Nonostante negli ultimi anni siano stati fatti cambiamenti nel tessuto produttivo dell’impianto urbanistico e nei rioni collocati lungo il torrente, rimangono ancora ben riconoscibili alcune parti di questa fitta maglia di opere idrauliche.

Metallurgica Celeste Piazza

Nel 1834 l’opificio risulta di proprietà di Francesco Bolis e successivamente, alla fine del XIX secolo, di Fortunato Piazza. Il complesso viene ristrutturato negli anni ’40 del Novecento, ma conserverà inalterato fino al 1990 il reparto forgiatura con un maglio «a caduta» e gli attrezzi tradizionali appesi ai muri.

Residenza "Orme sull'acqua"

Il Laminatoio di Malavedo nel 1870 era gestito consorzialmente dalle famiglie Redaelli, Falck e Bolis. L’edificio forniva il semilavorato a tutte le fabbriche lecchesi ed era il risultato dell’accorpamento di due precedenti fucine settecentesche. La tecnologia del laminatoio «a cilindri» era stata importata dall’alsaziano Enrico Falck a Dongo nei primi dell’Ottocento e successivamente a Lecco. Nei primi anni del Novecento i due maggiori imprenditori, Falck e Redaelli, spostarono le proprie attività nell’area urbana milanese, dando vita a grandi complessi industriali. Nella nuova costruzione alcuni elementi architettonici e la presenza dei canali ricordano la funzione originaria. Si notano soprattutto i tetti «a shed» decorati in cotto, unici in tutta la vallata.

Trafilerie di Malavedo

L’edificio attuale, trasformato e ristrutturato, nasce da un sito particolarmente importante nella metà dell‘Ottocento, costituito da una «fabbrica sociale» e da una fucina con un «maglio».
A seconda del prodotto finale, esistevano due tipi di maglio: a «testa d’asino» e «a proboscide», che erano utilizzati rispettivamente per modellare utensili in ferro e per la produzione di paioli e vasellame in rame. La fabbrica venne acquistata da Giorgio Enrico Falck nel 1873.
Il complesso, ulteriormente rinnovato tra il 1960 e il 1970, riveste comunque un importante interesse, sia per la produzione di energia elettrica, grazie all’utilizzo delle acque stesse, sia perché era la sede principale della Falck prima del suo trasferimento a Sesto San Giovanni.

Trafileria F.lli Bonaiti fu Giuseppe

L’opificio era dotato di quattro ruote «a cassette», che oggi non esistono più. Precedentemente l’edificio era utilizzato esclusivamente come fucina e trafileria. Il piano terra dell’edificio situato in via Boiardo 6, è caratterizzato dalla presenza dell’originaria volta in mattoni, attualmente intonacata, considerata una testimonianza molto interessante per quanto riguarda l’aspetto delle prime fucine della Valle.
Questo abbinamento tra la residenza dei proprietari e gli ambienti produttivi è, del resto, tipico di tutta la struttura insediativa della Vallata del Gerenzone.

Diga del Paradone

La diga è stata costruita per derivare dal corso del Gerenzone un canale principale, la «fiumicella», già citato negli Statuti medioevali di Lecco e dunque molto antico.
Anche questo percorso si concludeva nel lago, in località Malpensata, in un punto vicino, ma distinto dalla foce del Gerenzone e non più identificabile. Gestita in passato dal Consorzio del Gerenzone, la diga del Paradone è un’opera significativa d’ingegneria idraulica.

Ex Catenificio Maggi

Il primo complesso dell’edificio fu commissionato dalla Ditta Gerosa, proprietaria di alcune filande nella zona, e ospitava un filatoio da seta, precedente al 1837.
L’opificio, che faceva parte del Consorzio del Gerenzone, era dotato di una grande ruota «a palette» ora non più esistente, un sistema di propulsione con il quale si trasmette energia meccanica all’acqua per ottenere una spinta.
In questo tipo di opifici si praticava la «torcitura» del filo di seta, ovvero l’accoppiamento ritorto di due o più fili ricavati, nelle filande, dal bozzolo.

Ditta Carera Felice & C.

I primi nuclei, impiegati in una «folla per la lana» e in alcune fucine per «tirare il ferro», sono antecedenti al 1760. La struttura industriale, invece, nacque dall’unione di due precedenti opifici che furono inglobati e modificati da differenti proprietari. A metà del sec. XVIII il sito fu registrato nella sua interezza dal catasto Teresiano come «fucina di sette ruote». Una ruota di legno, in discreto stato di conservazione, è ancora oggi collocata nel sito originario ed è inoltre visibile il luogo dov’era posta una seconda ruota. Delle altre ruote, invece, non rimane traccia.

Ex Filatoio Sala Maria

L’opificio venne realizzato dalla famiglia dell’architetto Giuseppe Bovara, a cui si attribuisce la ristrutturazione. Il corpo che si affaccia sulla strada è rimasto invariato e valorizzato da particolari decorativi, come il finto bugnato, i marcapiani e i timpani laterali. A metà dell’Ottocento, nei pressi del filatoio venne costruito un torcitoio conosciuto come «Abys nuovo». XIX, era principalmente costituita da donne molto giovani e da bambine. Le condizioni di lavoro erano molto difficili: i turni duravano dalle 7 alle 19 con brevi pause, la paga era molto bassa e le ragazze provenienti dalle campagne permanevano in dormitori accorpati alla fabbrica.

Capannone neogotico ex Ditta Antonio Badoni

Nella seconda metà del XIX sec. la tradizionale metallurgia lecchese si dotò di vere e proprie industrie soprattutto grazie all’opera di Giuseppe Badoni, che introdusse nelle sue fabbriche importanti innovazioni tecniche provenienti dall’estero, come il «puddellaggio» e l’impiego di forni «a riverbero». Grazie al collegamento tra metallurgia e meccanica, la Badoni fu in grado di realizzare in tutto il mondo edifici in ferro, locomotive, linee ferroviarie e telefoniche, ponti e gasdotti.
Il complesso era utilizzato come officina, fonderia da ghisa e stabilimento per costruzioni meccaniche fino al 2012, quando la ditta Badoni cessò ogni attività e l’edificio venne abbandonato.

Palazzo Belgiojoso Museo Storico e Museo Archeologico

Il Palazzo Belgiojoso dal 1927 è sede dei Musei Civici e oggi fa parte del Sistema Museale Urbano Lecchese. Qui si trovano le riproduzioni in scala di una miniera di ferro medievale e di una fucina, oltre a reperti ferrosi ritrovati nel sito archeologico dei Piani d’Erna, il più antico sito metallurgico delle Alpi. La più importante delle postazioni, il «finger-mouse», introduce al visitatore la storia economico-sociale e l’evoluzione dei sistemi produttivi del distretto industriale lecchese. Altre testimonianze materiali sono conservate nell’attigua Sala del Risorgimento: un rarissimo registro manoscritto, relativo alla gestione della fucina grossa di San Giovanni alla Castagna e una carabina del 1851 prodotta a Lecco dalla Fabbrica Armi Lombarde per le truppe di Garibaldi.

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